Bambini Indaco

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“I vostri figli non sono vostri. Sono i figli e le figlie della fame che la vita ha di se stessa.
Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi e non appartengono, benché viviate insieme. Potete amarli, ma non potete costringerli a pensare come voi, poiché essi hanno i loro pensieri. Potete custodire i loro corpi, ma non le loro anime, poiché abitano in dimore future che neppure in sogno voi potete visitare.
ma non cercate di renderli simili a voi. Proverete a imitarli, Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, vengono scoccate lontano.
In gioia siate tesi nelle mani dell’Arciere.- “Kahlil Gibran, Il Profeta”

 

bambinaBambini indaco

Chi sono ? Perché vengono chiamati così ?

Possiamo definirli “ problematici “ , “dotati”  o ambedue le cose?

Il colore indaco è un blu-violaceo, una colorazione dello spettro situato tra il blu ed il viola, energeticamente parlando è collegato al terzo occhio, all’ intuizione  al 6° Chakra (punto  in mezzo alle nostre sopracciglia) .

La definizione “indaco”  è stata usata per la prima volta da Nancy Ann Tappe, dettagliando poi il tutto in un libro del 1982 “Capire la vostra vita attraverso il Colore” . Scrittrice, sensitiva e terapeuta, Nancy è in grado di vedere quelli che lei chiama “i colori della vita”.

La sua ricerca iniziò negli anni settanta, ma soltanto negli ottanta, quando alcuni genitori, preoccupati per il comportamento anomalo, “fuori dagli schemi” dei loro bambini, si rivolsero a lei per esseri aiutati. Con sorpresa Nancy si accorse che il colore vitale di tutti questi bambini tendeva all’azzurro violaceo.

Di qui la definizione “Bambini Indaco”.

Proprio in quel periodo,  quando i primi Indaco incominciarono ad arrivare, nessuno sospettava che si trattasse di una nuova generazione.

Essi sembravano avere attributi psicologi ed atteggiamenti molto diversi da quelli a cui eravamo abituati.  Spesso erano bambini iperattivi, disattenti, vivaci, ipercinetici, difficili e ribelli ad ogni forma di disciplina imposta,  si pensava che le difficoltà incontrate nell’educarli fossero da imputarsi alla società, alla mutata struttura familiare, allo sviluppo tecnologico, alla violenza esaltata nei programmi televisivi, all’aumentato benessere, ecc…

Tutti o quasi erano e  sono fonte di frustrazione per i genitori, sono destinati all’insuccesso scolastico nell’attuale sistema educativo, che finisce per danneggiarli involontariamente, poiché non si riesce a dare un senso reale ai loro comportamenti, né a coglierne le potenzialità. Negli Stati Uniti questo ha portato i genitori a richiedere l’aiuto di psicoterapeuti, che sempre più spesso “tenevano tranquilli” questi bambini con psicofarmaci.

Questa tendenza allarmante è andata aumentando nel tempo, anche in Europa .

Perché? Perché credere che gli psicofarmaci possano aiutare i nostri figli?

Perché non riusciamo più ad ammettere che i sistemi che potevano funzionare 20 o 30 anni fa non funzionano più?

Non si può  puntare il dito su un bambino solo perché non riesce a stare fermo, mette in disordine o si sporca. I genitori non devono accettare l’idea che le droghe siano la soluzione!

I “nuovi bambini” vanno protetti.

Insightful UniverseUn esempio più “easy”, per renderci conto di cosa si sta parlando,  potrebbe essere  la problematica della dislessia, infatti il bambino in molti casi viene accusato di “negligenza”, “svogliatezza”, oppure “ritardato mentale”, piuttosto che semplicemente dislessico ed essere accettato con amore per quello che egli è.

A volte l’etichettare il  bambino “diverso”,  “strano”,  attribuito anche dai propri compagni, dimostra una percezione distorta, non valorizzando il messaggio che invece un figlio, sta cercando di trasmettere : quello dell’accettazione profonda di sé, attraverso un amore incondizionato.

Questi bambini nuovi, sensibili e altamente intuitivi hanno bisogno di essere amati e accettati semplicemente per quelli che sono.

Per concludere una voce di un Indaco ormai adulto:

“non so quante volte ho desiderato questa semplice cosa: che qualcuno mi avesse detto di amarmi e che io fossi speciale. Non con condiscendenza, ma in modo da rafforzarmi, da darmi la sensazione che avevo un compito importante qui, come lo abbiamo tutti”

Preso spunto dal libro: Lee Carrol e Jan Tober “ I bambini indaco”.

di FAUSTA DE FILIPPO

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