Eudaimonia

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di Tullio Carere-Comes

Eudaimonia è una parola greca che viene tradotta comunemente con felicità.

Più esattamente, è quella felicità che non dipende dalle circostanze, ma dal condurre una vita buona, una vita che è buona perché, letteralmente, è buono il rapporto con il daimon. Il daimon è la guida interiore, quella che ci indica che cosa fare (e soprattutto che cosa non fare) per realizzare le nostre potenzialità più proprie, per vivere in accordo con la nostra più vera essenza – una meta mirabilmente sintetizzata dal monito di Pindaro: uomo, diventa ciò che sei.

Se essere se stessi è un compito, e non una cosa che va da sé, è perché per lo più non siamo noi stessi, ma siamo governati dal personaggio, o dalla galleria di personaggi, che i diversi automatismi biologici e culturali fanno di noi.  Siamo governati in primo luogo dall’istinto di sopravvivenza, e quindi dalla paura di non farcela, e quindi dall’ossessione di controllare tutti i fattori che ci danno sicurezza: essere amati o almeno temuti, essere riconosciuti, rispettati, apprezzati. In secondo luogo, siamo condizionati a comportarci nei modi che abbiamo imparato ad associare al successo: ottenere l’attenzione e il favore dei potenti (genitori, insegnanti, coniugi, capiufficio…) assecondando le loro aspettative.

La vita sociale ci insegna prevalentemente ad adattarci (o, reattivamente, a ribellarci) invece che a realizzare le nostre autentiche potenzialità. Il risultato dell’educazione media è la costruzione di un falso sé, familiarmente detto ego. Sia chiaro, costruire un ego solido e ben strutturato è necessario per sopravvivere in questo mondo, e la sopravvivenza è un prerequisito, se vogliamo poi anche vivere bene, condurre una vita buona.

Il problema è che quando la sopravvivenza è ragionevolmente assicurata, e siamo pronti a cominciare a vivere davvero la nostra vita, l’ego si è talmente installato al posto di comando che diventa molto difficile sloggiarlo da lì. Anzi, noi siamo a tal punto diventati lui, che non ci viene nemmeno in mente che il nostro posto è stato preso da un impostore – per il nostro bene, si capisce. O, almeno, non ci viene in mente fintanto che bene o male i nostri conti esistenziali tornano.

È quando questi conti non tornano più – ammesso che siano mai tornati –, quando siamo messi di fronte al fallimento inesorabile dei nostri tentativi di tenere le cose sotto controllo, o non riusciamo più a sopportare lo stress prodotto da tali tentativi, anche quando hanno successo, che un benefico dubbio comincia a minare le nostre ben custodite certezze.

Forse la vita non funziona come abbiamo sempre pensato funzionasse, forse non siamo la persona che abbiamo sempre pensato di essere, forse non è questa la nostra vera vita.

Cominciamo a capire, a quel punto, di essere prigionieri in casa nostra. L’ego, cui pure siamo grati perché ci ha permesso di sopravvivere, è diventato il nostro padrone. Quando lo capiamo davvero, liberarci dal tiranno diventa la nostra priorità.

Abbiamo adottato il termine di entronautica, felicemente coniato da Scanziani, per indicare il cammino di liberazione, o di risveglio al nostro vero essere, o di realizzazione di ciò che realmente siamo. Priorità è la parola chiave per caratterizzare questo cammino, o questa navigazione interiore.

Perché? Semplice: perché fintanto che questo cammino non diventa l’asse centrale intorno al quale orientare tutta la nostra esistenza, il centro direzionale e operativo continua a essere occupato dall’ego, che non cessa di dettare le sue priorità.

La coscienza ordinaria non ha idea della strepitosa potenza di autoinganno di cui dispone l’ego, dell’abilità consumata e sopraffina con cui ci convince che abbiamo assolutamente bisogno di questo, che non possiamo assolutamente sopportare quest’altro. Quindi, sussurra bonariamente l’ego, l’entronautica va bene, un’ottima cosa anzi, purché sia praticata nei ritagli di tempo e con gli scampoli di risorse avanzati dalla cura delle cose che realmente contano: portare a casa il pane e il companatico, garantire la sicurezza dei nostri rapporti affettivi, consolidare la nostra posizione nel mondo, tenere a bada tutte le minacce alla nostra sopravvivenza fisica, psicologica, economica.

E dunque, per noi che siamo ancora così spaventati e dominati dall’ego, per noi che abbiamo appena cominciato a rendercene conto, ma siamo ancora tanto lontani dal poter assumere come prioritario il cammino di liberazione, non c’è speranza? L’entronautica è dunque un’impresa per pochi, pochissimi eletti, per un manipolo di iniziati?

Certo, così sarebbe se intendessimo l’entronautica come un’associazione tra entronauti fatti e finiti. Se tuttavia vogliamo tenere i piedi piantati per terra, non ci è difficile capire che l’unica entronautica che possiamo ragionevolmente praticare è tra persone che hanno appena intuito l’importanza e la necessità di questo cammino, ma sono ancora impedite da resistenze soverchianti a procedere effettivamente ed efficacemente in questa direzione, se non per piccoli, piccolissimi passi.

Ci troviamo in questa situazione paradossale: abbiamo capito che cosa dobbiamo fare, in quale direzione ci dobbiamo muovere, ma siamo sostanzialmente impotenti a farlo. Siamo certi che non ce la faremo mai con le nostre sole forze.

Una grazia dovrà scendere su di noi, solo una grazia, per definizione immeritata, ci potrà salvare. E tuttavia qualcosa di importante, forse di decisivo, possiamo fare. Possiamo riconoscere la nostra impotenza e viverla, invece di negarla fuggendo sulle ali della volontà di potenza egoica; possiamo confidare nel potere del processo, della semplice presenza alle cose come sono, invece che nel potere egoico di cambiarle a oltranza (una volta fatto ciò che era possibile e ragionevole fare); possiamo cercare e privilegiare la compagnia di naviganti che, come noi, sono decisi a procedere in questa direzione, nonostante le resistenze gigantesche che ci frenano, e quindi a creare dei momenti di incontro in cui, almeno nello spazio di una serata o di un seminario di fine settimana, il viaggio interiore sia effettivamente la nostra priorità.

In questo senso, l’incontro mensile del Circolo entronautico (riservato agli allievi o ex-allievi della Scuola) e il Seminario trimestrale di entronautica (per coloro che non frequentano il seminario mensile della Scuola) sono delle occasioni offerte a coloro sono seriamente interessati al viaggio interiore e determinati a renderlo prioritario, per quanto la loro situazione esistenziale in un momento dato lo consenta.

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