Dove finisce il dolore

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di Francesco Giacovazzo – autore de “La pietra degli alchimisti”

2Una mia amica mi chiede un consiglio. Ha un terribile dolore alla spalla destra ormai da quasi due anni; ha visitato ogni dottore, tentato ogni terapia farmacologica, psicologica, energetica e spirituale, provato diversi metodi, e meditazioni, persino l’autoipnosi. Aveva solo ricevuto un sollievo temporaneo. Sa che mi occupo di EFT – una tecnica di rilascio emozionale semplicissima e senza controindicazioni che unisce in sé i principi dell’agopuntura e della Psicologia Energetica – e vuole fare un tentativo; tanto, dice, ormai non ha più nulla da perdere.

Ci siamo incontrati. Mi dice che il dolore è presente come un sottofondo costante e l’accompagna per tutta la giornata. Mi guarda, sorride; forse mi sfida. Le spiego brevemente cos’è l’EFT e la informo che non faccio miracoli e non mi interessa guarirla. Inarca le sopracciglia e crede sicuramente di aver capito male.

Cominciamo il trattamento e le faccio fare un primo giro di picchettamento facendole ripetere la frase: “mi amo e mi accetto profondamente e completamente con questo dolore e mi do la possibilità di lasciarlo andare.” Le chiedo di descrivermi il dolore, che ha la forma di una palla fredda, di colore verde acido, con delle punte, che lentamente gira nella sua spalla.

Dopo il primo giro le chiedo come va. I suoi occhi sono rigidi, impenetrabili: “sempre lo stesso, niente!” mi dice caustica. Comincio un secondo giro con un’altra frase ma ad un certo punto mi fermo e, dopo qualche attimo di silenzio, le dico che non c’è niente da fare, non c’è possibilità che passi, che questo dolore se lo porterà tutta la vita.

Mi guarda. Sostengo il suo sguardo. Vacilla, io no. “Perché?” mi domanda con tutta la frustrazione che ha in corpo. “Che cosa vuole da me?” I suoi occhi si inumidiscono. “Cosa succede se non puoi allontanare questo dolore? Cosa succede adesso?” le chiedo. “Mi sento finire”. “Finisci, allora”. Finalmente piange. “Che forma ha questo dolore? Che colore ha? Che sapore…” “Ancora!” “Sì, ancora!” “Che forma ha? Che colore? Che sapore? Che consistenza? Che succede se sta con te?” “E’ rotondo, pieno di aculei e si muove, puzza di acciaio ed è disgustoso.” “Lascialo muoversi, crescere, bruciare. Tanto non hai più nulla da perdere. L’unica cosa, respira…”

Immediatamente un ondata di panico sgorga nel suo corpo sotto forma di tremore. Un’atavica paura di essere sopraffatta, di morire, di impazzire. “Respira!” Il suo intero corpo trema freneticamente. “Respira, respiriamo insieme, fidati di me.”

Dopo qualche minuto, la paura si placa e lei chiude gli occhi. Il suo viso ora è disteso, le sue braccia abbandonate lungo i fianchi. Il dolore sembra sparito. Riapre gli occhi e mi fissa.

Cos’è successo? Dove è andato il dolore? Comincia a cercarlo perlustrando l’intero suo corpo. “Già ti manca!” le dico e ridiamo insieme.

Il dolore aveva trovato lo spazio necessario per esistere, fare ciò che doveva fare e andarsene. Siamo noi, senza volerlo, che lo tratteniamo ripudiandolo e così lo incastriamo nei muscoli, tra i tendini, nelle ossa, negli organi. Quanta rabbia, quanta paura, quanta disperazione, quanti ‘no’ mai detti sono stati bloccati dentro di noi ogni volta che non ci siamo dati il permesso di provare ciò che sentiamo.

Bisogna imparare a osservare ogni forma dolore senza nessuna intenzione di volerlo mandare via. Bisogna accoglierlo come un ospite, lasciarlo entrare senza chiudere la porta. Il dolore è energia che ha preso una configurazione caotica a causa della nostra inconsapevolezza e della nostra paura.

Possiamo rimanere con il dolore, senza fuggirlo, tenendolo fra le mani come se fosse un ragno che potrebbe morderti? Ci vuole coraggio, lo so ma è l’inizio di ogni guarigione. Possiamo stare con il nostro dolore senza reprimerlo, senza razionalizzarlo, senza cercarne le cause, ma guardandolo come si guarda una tempesta in lontananza o un fulmine che spacca il cielo e fa ammutolire la terra? E’ possibile scorgere la bellezza nel dolore?

Continuando ad osservarlo con curiosità, passione, senza il minimo movimento di pensiero o di fuga, l’atto stesso di osservare, porta con sé serenità che, come un lenzuolo, inizia ad avvolgere il dolore. E questo è l’inizio della fine. Il dolore può prosperare solo dove c’è una qualsiasi forma di resistenza e la resistenza nasce dal rifiuto, dalla non accettazione di ciò che è.

Quando riusciamo a stare con il dolore senza nessun esitazione, quando lo abbracciamo con tutto noi stessi, il dolore comincia a diminuire. E inizia la pace che porta quell’amore che accetta ogni cosa senza condizioni. E dove c’è amore non ci può mai essere dolore.

per Gentile Concessione di Francesco Giacovazzo

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