L’amicizia come cura dei disturbi psicologici: conoscere la befriending therapy, la Terapia dell’Essere Amici.

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articolo di Andrea Mazzola

 Quando mi capita di parlare con parenti, amici e conoscenti del mio lavoro (il sottoscritto è uno psicologo-psicoterapeuta), spesso mi rendo conto che – purtroppo – siamo ancora lontani dalla diffusione di una adeguata “cultura psicologica”: le persone, infatti, fanno ancora molta fatica a comprendere il ruolo dello psicologo, le sue funzioni e quando può servire un aiuto di tipo psicologico; nei casi peggiori possono persino presentare una serie di stereotipi e pregiudizi duri a morire (lo psicologo serve solo per sfogarsi, dallo psicologo ci vanno solo “i matti”, e così via..).

Se da una parte c’è ancora una lunga strada da percorrere, dall’altra sono consapevole dei miglioramenti fatti in questi ultimi anni proprio in questa direzione, grazie anche (e soprattutto) alle iniziative dell’Ordine regionale (Ordine degli Psicologi della Lombardia), volte a far conoscere gli psicologi e a promuovere conoscenze in materia di psicologia.

Uno degli stereotipi che più frequentemente mi capita di ascoltare è quello che vede lo psicologo come una figura “amichevole”, in grado di farti parlare, di ascoltarti e di darti (a volte) dei buoni consigli, dicendoti “cosa fare.”

Al di là del fatto che è deontologicamente sbagliato dare dei consigli e prendere le decisioni per i pazienti (lo psicologo dovrebbe invece stimolare la tua capacità di cambiare mediante l’insegnamento di tecniche e strategie scientificamente provate), se le persone comuni conoscessero la Befriending Therapy, si renderebbero conto di come questa idea di intervento psicologico possa, in alcuni casi, non essere così lontana dalla realtà.

La Befriending Therapy consiste infatti in alcune sedute di 30-40 minuti di dialogo amichevole su alcune tematiche di interesse per il paziente. È importante che tali temi siano emotivamente neutri (che riguardino, ad esempio, hobby, musica, sport) e non problematiche psicologiche e sintomi, perché la Befriending Therapy, contrariamente alle più tradizionali psicoterapie di vario orientamento, non è finalizzata al cambiamento delle emozioni spiacevoli o al problem-solving, bensì a contrastare l’isolamento e il ritiro sociale.

Adottando questo punto di vista si capisce come possano “contribuire alla causa” anche attività più dinamiche, quali attività pratiche e di svago (ad es., fare un giro al parco, bere un caffè al bar, assistere ad una partita di calcio), portate avanti individualmente con la persona o in un piccolo gruppo.

Per farla breve, se le psicoterapie possono essere viste come un misto di fattori aspecifici comuni a qualsiasi relazione di aiuto (umanità, empatia, calore, comprensione, collaborazione..) e di fattori specifici, come la tecnica e le strategie tipiche di ciascun approccio, la Befriending Therapy è quasi interamente costituita dal fattore umano e dalla relazione terapeutica.

Prima di parlare dell’efficacia di un tale approccio e dei risultati che può portare, presento alcune informazioni sulla nascita e l’evoluzione della Befriending Therapy.

Nata in Australia negli anni novanta, dal gruppo di Kingdon e colleghi, come generica terapia di supporto con cui confrontare la psicoterapia cognitivo-comportamentale (i cosiddetti studi randomizzati controllati per comprendere la reale efficacia della tecnica e delle strategie che ne fanno parte), è stata negli anni sistematizzata e manualizzata da Jackson e collaboratori1, per una maggiore omogeneità negli studi.

L’ambito prevalente di applicazione è quello della ricerca negli esordi psicotici, disturbi in cui i sintomi di ritiro sociale e di isolamento sono ostici da affrontare e producono una grave disabilità per il paziente. Proprio in questo contesto è gradualmente emersa l’efficacia della Befriending Therapy come terapia a sé stante. Sebbene i dati indichino, nel complesso, che la terapia cognitivo-comportamentale garantisca risultati superiori, in particolare rispetto al funzionamento del paziente nel medio e lungo termine (si veda il lavoro di Turner e colleghi, 20142), anche la Befriending Therapy può essere utile nelle prime fasi delle psicosi per ridurre non solo l’isolamento sociale, ma anche l’impatto dei sintomi positivi3 (termine con cui si identificano le voci, le allucinazioni e i disturbi del pensiero).

La Befriending Therapy ha applicazioni anche nella depressione ricorrente4, nella disabilità fisica e mentale, nel ridurre sintomi ansioso/depressivi legati a disturbi respiratori. In Scozia sono nate perfino delle Befriending Network, sponsorizzate dal governo, volte ad implementare e a studiare l’efficacia di questo trattamento.

Per concludere, per quanto meno efficace di altri trattamenti, la Befriending Therapy può essere a buon diritto considerata un validissimo strumento per fornire un supporto psicologico a persone affette da disturbi che si correlano a un elevato livello di disabilità e di ritiro sociale, considerata anche la sua economicità (può essere applicata da qualsiasi operatore sanitario previo un breve training formativo) e la grande facilità di applicazione. Senza tralasciare il prezioso scopo per cui è originariamente nata: aiutare i ricercatori a delineare quali interventi psicologici possono essere più utili per un dato disturbo clinico.

[1] Bendall S, Killackey E, Jackson H, Gleeson J. (2003). Befriending manual. University of Melbourne, Australia: Oxygen Research Centre.

2 Turner DT, van der Gaag M, Karyotaki E, Cujipers K. (2014). Psychological Intervention for Psychosis: A Meta-Analysis                of Comparative Outcome studies. Am J Psychiatry, 171, 523-538.

3 Pontillo. M., De Crescenzo, F., Vicari, S. & al. (2016). Cognitive behavioural therapy for auditory hallucinations in schizophrenia: A review. World J Psychiatr., 22; 6(3): 372-380.

4 Harris, T., Brown, G. W., & Robinson, R. (1999). Befriending as an intervention for chronic depression among women in an inner city. I: Randomised controlled trial. British Journal of Psychiatry, 174, 219-224.

 

Fonte foto https://pixabay.com/

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